Tra gli obiettivi della Ricerca-azione c’è quello di “rilevare le caratteristiche, i bisogni e le risorse attivate dalle famiglie dei cittadini di Paesi Terzi residenti nei diversi territori regionali e ricostruirne i percorsi di integrazione”.

A tale proposito l’Associazione Oltre l’Occidente, incaricata di somministrare le interviste alle famiglie migranti dell’Istituto Brunelleschi e Comprensivo III  di Frosinone, è riuscita, nonostante le difficoltà legate all’emergenza Covid-19, a raccogliere n° 8 interviste ( 6 donne e 2 uomini).

Da quest’ultime è venuto fuori che la prima persona del nucleo familiare che si è trasferita in Italia è stata per il 25% il capo famiglia, per cercare occupazione e poi  far arrivare il resto della famiglia; soltanto un nucleo familiare, quindi il 12,5% del totale si è trasferito  tutto insieme ( moglie, marito e due figli), per scappare dalla guerra nel loro Paese d’origine.  Del restante 62,5 % intervistato appare in evidenza che a trasferirsi in Italia sono state donne, per svariati motivi: chi perché si è laureata nel suo Paese e non trovando lavoro è venuta a cercarlo in Italia; chi per aiutare economicamente i genitori in quanto afferma che “ il denaro qui è più valore da noi” ovvero che il denaro in Italia ha più valore rispetto al suo Paese; chi per cercare una vita migliore; chi perché “ sin da bambina ho sempre sognato di viverci”.

Il 50% degli intervistati dichiara che i propri figli sono nati in Italia; i nuclei familiari del 100% degli intervistati sono ampi in quanto si evidenziano:

  • 3 famiglie di 4 componenti ( marito, moglie e 2 figli)
  • 4 famiglie di 5 componenti ( marito, moglie e 3 figli)
  • 1 famiglia di 8 componenti ( padre, madre, 6 figli)

Le classi scolastiche frequentate dai figli/fratelli degli intervistati sono legate per lo più alla scuola primaria e alla scuola secondaria di 2° grado, mentre il genitore di sesso maschile lavora, per lo più come operaio ( 12.5 %) o in un ristorante ( 25%) o in altri campi non specificati, mentre il genitore di sesso femminile lavora come donna delle pulizie e/o babysitter ( 12.5 %) mentre il 50% dichiara di essere casalinga e di occuparsi quindi della casa e della famiglia.

Riguardo le attività di svago ( sport, cultura, religione, volontariato ecc) che i componenti delle famiglie intervistate svolgono, il 25% ha dichiarato di essere impossibilitato causa Covid-19; un altro 25% non ha fornito alcuna risposta; il 12,5% dichiara di dedicarsi alla religione tutte le domeniche; un altro 12.5%  dichiara che prima del lockdown seguiva un corso di lingua e suoi figli erano iscritti chi a scuola di danza, chi ad arti marziali chi ad un corso di pesistica; un ulteriore 12.5% parla di passioni: calcio, cinema, letteratura e amore per lo studio; un ultimo 12.5% dichiara di avere una figlia che suona il piano.

Un dato positivo che si rileva dalle interviste è che tutti gli intervistati dichiarano di trovarsi molto bene in Italia, nonostante c’è chi ha avuto più problemi legati alla socializzazione appena arrivati; hanno sia amici italiani che stranieri e questo indica che non si sentono esclusi bensì integrati come parte del Paese; possiamo quindi  affermare che sta avvenendo la socializzazione, come processo di trasmissione di informazioni e di caratteristiche culturali diverse, e il risultato di questo processo è l’amicizia che nasce tra diverse culture.

Gli intervistati dichiarano che in caso di problemi legati alla loro vita quotidiana il 37.5% si rivolge ad associazioni di volontariato ( di loro un intervistato ha menzionato anche il comune come servizio di supporto), il 25% è scettico nei confronti dei servizi  a cui chiedere aiuto e dichiara quindi di non rivolgersi a nessuno, mentre un ulteriore 37.5%  cita amici, conoscenti e parenti come reti informali a cui chiedere supporto e/o indicazioni specifiche riguardo una particolare difficoltà che si trovano ad affrontare.

Opposti sono i dati relativi al funzionamento dei servizi pubblici e sociali; infatti il 37.5% afferma di non aver difficoltà a capire gli orari di attività, i documenti da presentare e le diverse procedure per richiedere un servizio ( di loro uno esplicita la poca voglia di lavorare del personale addetto all’ufficio e la problematica ad ottenere risposte concrete in maniera veloce); un altro 37.5% riscontra seri problemi di approccio ai servizi causa covid-19 che ha amplificato maggiormente e complicato ancora di più il rapporto con i servizi pubblici; il 12.5% non dà risposta circa questo quesito mentre il restante 12.5%  parla del rapporto con la scuola testimoniando che “non è mai facile approcciarsi con i servizi pubblici, con la scuola abbiamo sempre avuto difficoltà, (…) il problema è l’ignoranza mescolata a pregiudizio, i miei genitori hanno avuto sempre problemi, anche se loro hanno sempre seguito il nostro andamento scolastico, colloquio ecc nel paese di origine. Non c’è pazienza né rispetto per i genitori che vengono da un sistema scolastico diverso”.

Sulla domanda specifica riguardo il funzionamento della scuola e gli aspetti positivi e negativi che si rivelano, togliendo il 25% che  preferisce non rilasciare alcuna dichiarazione in merito a questo argomento, gli altri si dividono letteralmente in 2 gruppi; un primo 37.5% parla dell’ambiente scolastico in modo favorevole soprattutto nel rapporto con le insegnanti e nella integrazione con gli altri compagni di classe di nazionalità italiana, mentre un ulteriore 37.5 % ne parla in termini negativi, affermando che “ aspetti positivi sono pochissimi, ad iniziare con i contatti con gli insegnanti,trasporti, mense ecc” o “suggerisco più giornate di scambio culturale non solo per studenti ma anche per famiglie, più volte durante l’anno”, o ancora “ rispetto alla scuola mi sono trovata spesso ad avere a che fare con personale (sia insegnanti che impiegati) poco collaborativo.(…) Aggiungo il fatto che, mi sono resa conta, che c’è una tendenza a creare delle classi di italiani e classi di stranieri”.

Anche le famiglie migranti stanno affrontando duramente la crisi creata dalla pandemia e il covid-19 è anche per loro un nemico. Le difficoltà maggiori si riversano nella questione lavorativa che sembra a rischio per il 50% di loro, soltanto il 12.5% dichiara di non stare affrontando alcun problema relativo al Covid-19 mentre il restante 37.5% dichiara difficoltà diverse quali “ la dad incubo di tutte le famiglie di questo paese, sia insegnanti che famiglie non stanno capendo nulla, non sono molto chiari gli orari e le modalità di svolgimento”, oppure “ ci manca il contatto fisico, sociale con i nostri cari in quanto non possiamo viaggiare al nostro paese” e ancora  “ difficoltà enormi per accedere alle visite specialistiche, all’inps, all’agenzia delle entrate, ai servizi essenziali acqua, energia elettrica, comunicazioni ecc..”.

Infine le interviste terminano con una domanda specifica su come migliorare la nostra Italia e le risposte sono state diverse:

  • “ trovare lavoro”
  • “ più lavoro, più sicurezza”
  • “meno ignoranza e pregiudizio, maggior rispetto per la diversità culturale

Gli aspetti positivi della vita in Italia si classificano in aspetti legati al fatto che le cure mediche sono gratuite, a la qualità del cibo, della vita e la presenza di bellezze naturali ed artistiche.

Gli aspetti negativi, invece, si riassumono in burocrazia lenta, impossibilità di accedere ad un concorso pubblico se prima non si ha la cittadinanza, ricerca di un lavoro (anche se un intervistato afferma che con l’aiuto di connazionali che sono in Italia da più tempo si può trovare).

Soltanto il 12.5% non ha risposto a questa domanda.